Pagine di Diario

 


8 Gennaio 2009

Buongiorno a te L.,
piacevolmente sorpresa nel leggere le tue parole dopo giorni di silenzio.
Pensavo di essere stata una stella cadente, la vedi, la osservi, affascinato dal bagliore commenti poi il nulla accompagnato da un ultimo luccichio.Invece stamani sono felice di essermi sbagliata e di poter scorrere con lo sguardo così le tue parole intrise di immagini.
Se si potessero leggere le tue parole ad occhi chiusi si vedrebbe, come in un sogno divenuto reale, chiaramente prendere forma ogni cos: le campagne deserte che sfrecciano dal finestrino, le vigne semiabbandonate, i fiorellini gialli e bianchi che punteggiano le erbacce come se fosse già primavera nonostante il freddo.
Potremmo soffermarci a guardare un campo di grano nel suo periodo duro e vederci chini i contadini che lo prepararano per la semina, osservare con stupore i germogli spuntare in pochi attimi diventare spighe dorate, piegarsi sotto il peso dei loro stessi chicchi e poi essere falciate da una macchina esperta, tornare ancora, più lontano, indietro nel tempo e vedere la macchina che diventa mano e falce, in un movimento ritmico, in un ciclo perpetuo dove l'uomo cambia, il frutto cambia, ma il vecchio campo rimane la, sempre al suo posto, rigenerato dalla pioggia e dal sole, sostenendo il peso di tutti quegli anni che gli sono addosso da quando il mondo ha deciso di renderlo terra  fertile...
E si impara ad amarlo quel campo, ad amare il sudore della fronte degli uomini, le loro mani callose, l'odore di erba mescolato a quello acquoso della  pioggia, la steppa bruciata e ogni pietra aguzza che compone l'insieme, come elementi contorti in un quadro di Picasso.
Non sono mai stata in Basilicata, ma anche intorno a me sfrecciano campi bruciati e terra arida, pecore e cani pastore sparuti, nonostante ci sia tutto questo mare, anche qua vicino c'è il campo che sostiene il peso del mondo e mi ritrovo a guardarlo e a riflettere sull'importanza di una singola vita rispetto al tutto.

...

 

 

Scritto da naranya

lettere, emozioni | Qualche commenti ?


Sono il Re!

Wrote at 01:09

 




(immagine dal web)

Sono il Re!

Ai tuoi piedi mi sono inginocchiato
per stillare ogni goccia,
del tuo succo d'amore
offrendoti il mio petto nudo
come coperta per scaldarti il sangue.
Ma il tuo bacio è un calcio maledetto
senza preavviso giunge, cado,
stordito ti vedo ballare senza pudore

disincantata follia sull'orlo del mio abisso.

Sono il Re!

Finiscimi vita bastarda!
Smettila di accantonare
gli spiccioli sbrandellati del mio cuore
girovagando per marciapiedi lugubri
inzuppati di puttane e ruffiani cavalieri.
Gettali via, so che il  mio dolore ti fa godere.

Sono il re!

La tua scacchiera è un lago morbido
profondo, misterioso ed invitante
su di te mi inviti a giocare
con forza poi mi butti dentro affondandomi.
Bolle d'aria sfuggono ai polmoni
bruciano alla ricerca di risposte.
Sorridendo afferri con crudele voluttà i miei pensieri
profumandoli della tua carne di donna,
d'assenzio e fumo dolce.

Io sono il re!

Affoga le carogne ostinate
attaccate coi denti ai tuoi seni
ebbre di desiderio.
Affonda avida gli artigli
recidendo i legami che mi stringono a te
avvoltoio crudele e divino
Cibati dei miei sensi.

Sono il Re
uno stupido Re.

- Scacco matto. -




 

 

Scritto da naranya

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Tango

Wrote at 23:14

 





-Passo-
Sensualità intrufolata fra solchi di pelle
-Silenzio-
Notte d'amore strugge rapendo i ricordi
-Passo-
Bistrot di ghiaccio ammanettano corpi
-Tacco-
Scende sulla gola sapore di viole e violini
-Passo-
Stringimi le mani, stringimi gli occhi, attraversa le emozioni
-Passo-
Godimi nella vita.

-Silenzio-


 

 

Scritto da naranya

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Perfezione cannibale.

Wrote at 00:40

 



{Dedicata ad una persona speciale conosciuta da poco con la quale sto compiendo un percorso importante}
 
Ti piombano addosso stilettate
di freddo e viscido veleno
Cadono sulla tua anima nuda
tracciando percorsi indeleboli
di lacrime e sangue.

- Ferita -

Chiudi gli occhi in attesa.
Ancora ed ancora.
Piombano avvoltoi rapaci
fissando ogni tuo gesto in attesa.

E' dolore liquido che brucia dentro.

- Dilaniata -

Dal suo trono la regina osserva
 senza tregua comanda i suoi seguaci.
 Impugna come scettro il tuo cuore
come fosse  carne
, rossa e sanguinante,
nelle sue mani lentamente ha già smesso di pulsare.

- Svuotata-


Lei è  Perfezione
Cannibale di sentimenti.
Cieca del mondo e delle sue emozioni
si nutre delle tue insicurezze.

- Ingozzandosi -

Non fermarti alla sua pelle
ma scava nella sua anima.
Affonda le unghia.
Colpiscila.

-Combatti-
.
Tu puoi.

 

 

Scritto da naranya

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Capitano di Ventura

Wrote at 01:20

 




Navigano sogni
dentro un bacile di acqua stagna
onde di carta bagnata e lacrime
- pensieri -
affogano dentro la tempesta privata
di mente e cuore
scogliere ardue oltre il corpo nudo
che nel vuoto ondeggia
sferzato dal desiderio di lasciare  quella terra.

Naviga,
capitano di ventura,
 soldato imperbe catturato dalla vita
solca
ad occhi chiusi
mari di solitudine e squallore
trappole di ragno
che senza tregua assaltano
il giorno.
Soffocano te
che ne fai parte
- bambino fra le guerre -
gli uomini che bombardano
vascelli di carta
inabissandoli col sole
che ogni giorno nasce e muore.



24 Gennaio 2008

 

 

Scritto da naranya

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Gocce di noi

Wrote at 01:19

 





Parlami.
Amore tremabondo di donne
di sapori dolciastri
innaffiati di vino

Guardami.
Velata di pudore e passione
bianco e rosso
su cosce tornite e seni floridi

Toccami.
Creta calda per le dita
impronta di fuliggine
strascico di fuoco sui muri.

Gocce di noi
pazze imbrigliate
 nell'aroma di tabacco e sudore
perdendosi lungo la scia della notte.

 

 

Scritto da naranya

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Inchiodo

Wrote at 02:36

 


Mi inchiodo al grigiore della vita
e osservo volti stranieri
occhi inconsapevoli
 mi scivolano addosso.

Macchie di polvere e rossetto
sbattono impazzite sulla mia schiena nuda
frustate di colore ad investire la mia noia.

Ancora pensierosa provo a muovermi
arcobaleno in mezzo al nero

 

 

Scritto da naranya

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Wrote at 03:12

 




Scivolami addosso
respirando il mio essere donna
-Scioglimi-
Cera su polpastrelli di fuoco
creta  plasmata dalle tue mani.

Fra  umidi respiri che sanno di mare
 echeggiando le sirene t'incanto
-Nuda-
Carne della tua carne
 mi abbandono a te,
ad ogni gemito, ad ogni carezza....



 

 

Scritto da naranya

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Gocce di follia

Wrote at 19:05

 


Il pianista stanco, in un angolo del salone male illuminato raccoglieva da chissà dove grappoli di semiminime, suonando un tempo volgare in quattro quarti, silenzioso e lascivo, cangiante, come lo sguardo sfuggente delle zingare che ieratiche attraversano i viottoli dirette ai ponti silenziosi e bui, statue in movimento nella notte, per fissare le stelle e leggere in esse passato e futuro, danzando sui propri passi, col ritmo e il frusciare della notte.
Sulle dita dello stesso colore dei tasti pesavano i suoi cinquant'anni, tutti spesi alla ricerca di accordi imbalsamati e scomodi.
La polvere dei palchi dei teatri di mezzo continente si impastava, quella notte,  col suo sudore e con i suoi affanni, col pensiero di tirare avanti, ancora, per un’ altra notte e per un altro giorno; ogni ruga che solcava il suo volto, ogni goccia di sudore che imperlava la sua fronte portava con se un bagaglio di emozioni e sensazioni, egli portava scritta in faccia la tradizione della sua gente: artisti, pittori, danzatori, poeti, musicisti, una razza a parte la loro, con un linguaggio segreto e sensuale, conosciuto solo da chi dell'Arte fa la propria ragione di vita.
In un cono di luce, il violino suonato da un uomo alto ed emaciato, ricamava frasi che puzzavano forte di bassifondi,  di topi affamati alla ricerca di cibo, di sogni inquieti e passioni d’amanti, di sgualdrine sorprese agli incroci dai gendarmi della guardia, mentre cercano di smerciare le loro quattro ossa senza rimetterci.

La luna brillava sui volti scandalizzati delle signore in strass, con il volto reso bianco dal belletto e la sua luce si rifletteva su un paesaggio desolato di uomini e conigli, di piume e balocchi, felice solo di specchiarsi talvolta nelle lacrime incredule di qualche cuore affaticato capitato lì, senza sapere come.
 
Una taverna fumosa e raffinata, densa di aromi, di ricchi uomini di affari, viaggiatori, filosofi e nobili scapestrati, di prostitute sorridenti travestite da signore e di giovani donne perbene con adoranti accompagnatori.
Vi aleggiava un perenne brusio. Qualcuno sul proscenio cominciava  ad azzardare uno stentato passo a due, poco statico, diverso da ciò che alle corti si vedeva, più malinconico forse, più incisivo e madrigale.
La musica prendeva quota ed anche i figuranti, muovendosi giù dal palco, come marionette sino ai tavoli di scura noce, recitavano ormai da attori consumati.

Una figura minuta e diafana, poggiava il proprio corpo al pianoforte in molle posa, cantando così della vita e dell'amore, della morte e della fortuna che rubiconda e grassa come una musa danza, sfiorando gli esseri, cambiando le loro vite d'un tratto.
I capelli chiari, sui quali danzava la luce del fuoco inondandoli di bagliori rossastri, erano raccolti sobriamente sul capo, le guance parevano pallide e le labbra schiuse nel canto, rosse come succose fragole, intonavano note prepotenti che si facevano strada sino alle orecchie degli astanti; ella muoveva  le mani, dinanzi a sé, come se disegnasse, accompagnando con le dita quelle note che distillate dagli strumenti fluivano come liquore che riscalda i cuori.
D'improvviso poi si sentivano giungere nuovi suoni, sembrava che l'orchestra volesse invertire la rotta e la musica ricordasse una bassa danza, morbida e sensuale, libera e provocatoria nei movimenti.
Le anime accartocciate dei musicisti si allontanavano definitivamente dalla palude dei luoghi comuni, delle assorte corti dei regni, dalla routine della vita, per infilarsi temerarie in quell’intricata foresta di note selvagge e invitanti.

Delirante la donna con gli occhi socchiusi si scostava dal piano, dopo averne accarezzato i tasti, come un amante grata, sfiorando appena le mani del pianista, che con le sue tante rughe, avrebbe potuto interpretare suo padre nella scena della vita.
Attendeva il silenzio, lisciando con le mani esili, rami fragili pronti a spezzarsi,  l'ampia gonna di velluto, poi alzando il capo fissava gli uomini, i loro volti madidi e contratti nel seguire il piacere sublime della musica e cantava, fino a che la voce pareva confondersi in un tutt’uno con le note.

E le donne... Oh le donne! Erano rose dall'invidia per i lascivi sguardi che i loro compagni rivolgevano verso quella Musa, Calliope che inneggiava la solitudine degli esseri, solitudine che erompeva tragica dal fondo di quella melodia senza speranza, invitandoli alla morte.
Intemperanza quella delle donna, che non permetteva a nessuno di nascere, né morire, un canto nel ricordo, un canto nel dolore, un canto di rabbia e sussurri.
Uno scroscio di applausi sulle note finali poi il silenzio piombava nella sua mente spegnendo ogni nota ed ogni pensiero e lasciando in ella solo il vuoto. Come una visione che si confonde fra i sogni e la realtà, inchinandosi al pianista e ai ballerini dai sorrisi seducenti, si apprestava a uscire di scena per ritirarsi come ogni notte, nelle sue stanze, poco lontane dal ricco locale dove uomini e donne, desiderosi di lusso e buon cibo, solevano ritrovarsi per innalzare le loro anime fra i fumi dell’alcool e delle erbe costose.

Camminava tenendo fra le mani i fiori bianchi ed odorosi lanciati dagli ammiratori. Gigli, orchidee, rose che finivano sempre ad addobbare le sue stanze, perpetuando un rito privato della notte, in cui i profumi aleggiavano nell’aria, umidi e molli, pungenti se sfiorati con l'anima in profondi respiri.
Un sorriso malinconico, dipinto suo volto bianco, al pensiero dell’uomo che nella dimora l’attendeva...  Non avrebbe dormito da sola, dunque, quella notte.
Non più da sola, da quando era cresciuta e gli uomini erano entrati a fare parte della sua vita.

Suo padre era girovago, un artista, egli trascinava con sé la figlia, fatina evanescente, dalla voce d’angelo, bambina dalle aggraziate movenze e dai sorrisi magnetici.
Portava in giro per il mondo, Andrej, la bimba e la viola, dalla cassa sempre lucida e dall’archetto perfetto, viola a cui sfiorava le corde notte dopo notte, come se godesse nel farla vibrare, come se quel suono l'appagasse più del calore di una donna.
Trasportate, come se entrambe fossero parte di un bagaglio troppo prezioso per essere lasciato in un posto fisso, in un luogo incustodito troppo a lungo.
 Vissuti distanti, lontano dalle occhiate troppo insistenti dei curiosi, di chi chiedeva da dove quella bambina minuta e fragile, dalla bellezza acerba e dagli atteggiamenti da donna fosse spuntata, di chi domandava l’alchimia di come Andrej, uomo apparentemente insignificante da quella vecchia viola potesse trarre note così sublimi da far piangere le donne e irrigidire gli uomini.

Eppure la storia era semplice, a grossi caratteri era stata vergata ed esposta in pubblica piazza con un inchiostro indelebile, priva di pieghe, calda e avvolgente come il velluto.

Sua madre era bella, sottile come un giunco, superba e ricercata cortigiana nei palazzi dello zar Pietro I, la sua mente era evanescente, amava le belle cose, il lusso, gli intrighi , gli uomini ed i cavalli, che usava nello stesso modo, con essi correva, ed era tutto un gioco, un passatempo. Erano bastate poche moine, qualche sorriso in un frusciare di stoffe per l’affascinante e  silenzioso musicista di viola giunto a corte e Andrej irretito si scopriva, pochi mesi dopo, padre.
Troppo tardi per affidarsi alle erbe che prese in giusta dose, avrebbero fatto tornare  l’ammaliatrice come una vergine, troppo tardi per uccidere il piccolo frutto che lentamente cresceva nel suo grembo.
Varyena è il nome di quella notte di passione senza amore. Ella pianse all’alba di una fredda giornata invernale venendo al mondo così fra le urla di maledizione della giovane madre.
La mente di Annabelle si sconvolse, ella che faceva della bellezza il suo sostentamento e la sua ragione di vita, non poté reggere la presenza di una ninfa, di una rosa che delicatamente si schiude alla vita, di una figlia che con la semplicità e l’ingenuità di bambina le aveva distrutto l’esistenza nello stesso momento in cui era stata concepita, su quel letto dalle lenzuola di seta dai mille corpi e dai mille nomi.
 Corse, scappò via, fra le braccia di un amante per un ultima volta, verso quel fiume che sotto la sua finestra scorreva, così avvolgente, forte ed impetuoso, Annabelle in esso si gettò e nella follia del suo essere in un danzare di stoffe annegò, lasciando la figlia del suo dolore alla porta del musicista.

Porcellana bianca Varyena con Andrej per padre e la viola dalle dolci note come irreale madre e compagna di gioco e vita.
Nessun altro al mondo  tranne loro due ed una sorella, scoperta per caso in una notte di pianto.
Kilena il suo nome, altera, superba, caotica, ma sempre sorridente, dolciastra e falsa come un liquore contenete veleno. Rise Kilena nella mente della piccola Varyena, quella notte, facendole raggelare il sangue, rendendola ancora più piccola ed inerme, ma dandole nello stesso tempo la forza, di non essere più sola, come un tarlo che scava nel legno, così giorno dopo giorno la sua voce si faceva strada nella mente della giovane, consigliandola, invitandola, ammonendola, cullandola nella sua pazzia.

Volano gli anni quando si è intenti a conoscere così tanti posti e nomi che a stento la mente li contiene, le lingue dei regni si mescolarono con i colori delle città e i volti della gente di ogni razza e la musica solcava nella vita di Varyena e di suo padre, un percorso invisibile.
Artisti li chiamano alcuni, pazzi, molti altri. Sottile è il confine, tra l'arte e la pazzia. L’importante è per loro piacere e dar piacere, poco importa se tutto si mescola in un calderone di sensazioni.
Non importava se la voce di Varyena, unico dono datole dalla madre, affogata da anni nel fiume, veniva usata per irretire gli animi degli spettatori, catturandoli ignari rendendoli prede, prese alla sprovvista dai ladri, spogliate da ogni avere e da ogni pensiero.
Non contava se quella voce invitava gli uomini nel talamo solitario, donando loro attimi di pura gioia, estasi che raggiungeva il culmine in note troppo grevi e vibranti per essere ascoltate senza aggrottare la fronte e spalancare la bocca in un grido di piacere; era la sua vita, era la sua espressione d’Arte e lei di questo era certa.

Disperazione, incarnata come amica comprensiva prima, come amante funesta poi,  aveva da anni preso con sé Andrej, fra le sue braccia rinsecchite lo aveva accolto,  aveva gettato la sua mente nello sconforto, rendendo l’uomo che un tempo era mite e affascinante nel suo silenzio, uno zingaro violento, un ladro di cuori, di denari e di donne.
Disperazione colpita dalla gelosia, aveva distrutto le note che dalla viola di Andrej scaturivano, incessanti come acqua di cascata, le aveva trasformate in cacofonia, in stridule urla di donna, in lamenti funebri ammantati di buio, fino a distruggere corde ed archetto e rendere il legno traslucido e profumato di cedro, in legna da ardere nel fuoco invernale.

A tutto questo ed a molto altro Varyena pensava, percorrendo il viottolo che conduceva dalla taverna sino alla propria casa, camminando senza timore nella foschia notturna e gelida, distorta dalle luci calde che dalle case si riversavano in strada.
Era stata una donna senza cuore né pietà quando aveva lasciato il relitto di uomo in cui suo padre si era trasformato col passare anni, poco prima del suo ventiquattresimo compleanno.
Era andata via, lo aveva lasciato alla matrigna Disperazione, sbattendo la porta senza voltarsi indietro. Sentiva il bisogno di star sola seppur sola realmente non lo era mai, parte integrante di lei era ormai Kilena, gemella all’unisono, senza un volto e senza un corpo, viveva annidandosi fra i suoi pensieri, suggendo dalle sue emozioni e suggerendole quando occorreva emozioni e parole. Così anche quella notte, Kilena manovrava come fili di burattini i suoi pensieri e  le parole crudeli sfuggivano dalle labbra scucite, urlate ridendo al suo vecchio, la frasi danzavano solleticandole il palato, mentre le braccia si allargavano ampie in un gesto che diceva tutto e nulla,  non un invito ad un abbraccio, non un segno di addio; freddo e distaccato poi un ultimo bacio, dato con sdegno ad Andrej che con occhi lacrimosi la supplicava di non infierire ancora sulla sua condizione, di non gettare sale sulle ferite del cuore, di non andar via. Cancellato tutto, un colpo di spugna su una macchia di sporco e suo padre non esisteva più.

Alla fine della strada Varyena giungeva alla sua casa volutamente silenziosa, priva di suoni e note che nell’aria si diffondevano, ricca di profumi intensi e colori sgargianti che stordivano i sensi inebriandoli ed invadevano lo sguardo in ogni stanza, colmandolo nella loro interezza. Chiudeva i battenti di ferro del portone, due giri di chiave, monotonia dei gesti, rabbrividiva per il contatto col freddo metallo poi lentamente  la lasciava scivolare nella piccola borsetta. Perpetuando le azioni, si avvicinava al basso tavolino di vetro poco dopo l’ingresso e su di esso riponeva la borsa, i fiori odorosi, che prima o poi avrebbero trovato collocazione in un vaso, poi poco curandosi di dove le vesti potessero andare a finire, con gesti lascivi e deliberatamente lenti, ad occhi socchiusi, si liberava dalle stoffe che le coprivano il corpo, spirito libero, fantasma della propria solitudine, conduceva se stessa in uno spettacolo privato, fatto per soddisfare la propria superbia. Varyena mormorava durante quei gesti simili ad una danza, lievi parole come battiti di ciglia, ali di farfalla delicate e allegre, spazzando via dalla sua mente ogni pensiero cupo, cullando Kilena nel suo sonno notturno, attendendo di essere semplicemente se stessa, dirigendo infine i suoi passi in camera dove il suo uomo, l’amante del momento, l’aspettava dormiente come ogni notte da mesi ormai, pronto a soddisfare dopo un bacio o una carezza, in un gioco lungo e complicato, i desideri di entrambi.

- Palpiti di cuore, desideri di piacere puro e senza vergogne.-

Il sorriso stampato sul viso di ella che faceva capolino nella camera da letto, veniva accolto da uno sguardo furioso, un marinaio in calzoni a petto nudo, con una bottiglia di vetro contenente un liquido ambrato fra le mani e cocci di vetro sparsi per la stanza, bottiglie e specchi fracassati in uno scempio per gli occhi.
Lampi di rabbia vividi, dal volto paonazzo e dalle scure iridi dell’uomo che digrignava i denti farfugliando, la spaventavano ed un urlo muto e silenzioso, un appello mentale scaturiva sino alla sorella, a Kilena, affinché le desse in soccorso.
Irriconoscibile l'amante che, dinanzi alla Varyena nuda e pronta per egli, gesticolava urlando con voce impastata, annebbiato dal liquore bevuto in abbondanza e dal vino e da solo Dio sa cos'altro. Dolore sordo alle tempie, giungeva insieme ad uno schiaffo in pieno sul suo volto impietrito. In bocca solo il sapore del sangue, coscia di dolore, ed ebbra di follia, mentre le parole di Kilena sovrastavano i suoi pensieri turbinando, trasformandola in cagna rabbiosa. Un gesto, un insulto, un invito al massacro, Varyena sputava sul volto del suo uomo, saliva e sangue tentando di arretrare per cercare una via di fuga.
- Derelitta puttana a  quale demone ti sei donata? -
Livido di rabbia l'uomo afferrandola per i capelli nel suo fuggire,  senza scampo, la trascinava fra le lenzuola attirandola a sé, premendo il fragile corpo di donna contro il suo, contro il suo rozzo torace, torcendole le braccia fino a farla urlare.
- Guardami!- urlava strattonandola con più forza – Cupidigia degli uomini! Bastarda di una cortigiana -
Le sue orecchie venivano ferite con parole crudeli, mentre il collo dolendole, minacciava di spezzarsi sotto il peso delle mani di quel barbaro ubriaco, che con forza le stringeva la gola togliendole il respiro.
- Perché non canti più? Non vuoi cantare? Bella! Fremente! Luccicante  come un pugnale! Rosso sangue sulle labbra! Non mi hai amato, mai! MAI! -
Ubriaco fino al midollo, infieriva su di ella in ogni modo tappandole la bocca per non farla urlare nella ferocia della violenza, trasformando così il rito sensuale ripetuto ogni notte in qualcosa di disgustoso e ripugnante, soddisfacente per Egli.
- Addio, addio!- Vaneggiava - Mia bella, mia cagna, mia puttana, questa sarà la nostra ultima notte d'amore-
Le parole venivano biascicate nell’estasi del rapporto, alitate rancide sul suo volto. Varyena boccheggiava in preda all’asfissia alla ricerca d'aria accasciandosi poi semisvenuta, sotto il petto di egli, ansante ed appagato, pronto ad abbandonarsi al sonno, ristoratore ed amico.
Lunghissima la notte nella quale la tortura della vicinanza di egli pareva non aver mai fine, le ore trascorrevano fino a quando il sole tornava a baciarle le palpebre bussando con delicatezza ad una finestra schiusa.
Dolorante riprendeva i sensi, compiva movimenti lenti per non svegliarlo, le labbra serrate per evitare di vomitare su di egli tutto il suo odio.
Nuda e minuta, ascoltava l’idea sinuosa di Kilena farsi strada nella sua mente, con il sangue nelle vene che scorreva avvelenato di rabbia, con un requiem di morte nella testa, sovrastato senza controllo, dalla risata della sorella,
- Ha detto che è stata la nostra ultima notte Varyena, fate qualcosa.-

“Qualcosa”

Pochi secondi per pensare, ancora meno per agire, le sue tempie battevano come le  campane a morto della cattedrale, mentre affondava il coltello sul corpo inerme del suo amante marinaio, avvolto nel sonno. Una volta e poi un’altra, nuovamente senza pietà, infierendo e colpendo un corpo che sentiva come se fosse suo, un corpo che nei mesi aveva imparato ad amare e venerare dimenticando la solitudine, un brivido, un sussulto, poi la macchia rossa iniziava ad allargarsi sulle lenzuola.
 Rideva mentre il volto dell'uomo si contorceva in un ultima smorfia di dolore, ed egli spalancava gli occhi, come se non se l’aspettasse quel gesto dal suo angelo dai capelli rossi,  dalla sua Varyena che seduta su di un angolo del letto lo guardava morire sorridendo, mentre le lenzuola divenivano porpora.
- La nostra ultima notte... -
Attimi che parevano ore, nel silenzio alzandosi, per l'ultima volta sfiorava il corpo di egli ormai freddo e distante, devastato dalle lame. Tutti presto avrebbero saputo, ma poco importava.
Ella non ci sarebbe stata più. Fuggiva, correva via lontano.
Non più dalle sue labbra le note struggenti, non più la sua voce cristallina nel canto sarebbe risuonata, morta Varyena nella sua gola, con i singhiozzi repressi del suo conturbante pentimento quando Kilena tornava a scivolare nel sonno.
Tutto il passato serrato nella sua mente, richiamato alla vita a volte, da quella  sorella amica e priva di sentimenti. Avvolta in scure vesti, come vestita in perenne lutto, evita di mostrare il suo volto, la sua tristezza o il sorriso che affiora sulle labbra piene al ricordo di quella notte, lo sguardo ammaliante e disincantato di chi rimane comunque un'assassina.

Nuova adesso è la città, Venezia, lussuosa ed umida. Perfetta, dice Kilena, per confondersi fra le nobili e le sgualdrine, fra le lavoratrici oneste e le ladre, per vivere nutrendosi delle storie degli altri, farle proprie e recitarle in lei.
Così Varyena  acquista mille volti e mille nomi, di tutti quelli che conosce e sfiora, apparendo così come un artista di strada, come una nobildonna, incomprensibile e strana, come una donna senza passato, come una amante, una madre, una sorella e una figlia che chi ha dinanzi ha sempre desiderato, ma non ha mai avuto.
Si mostra così dunque:

- Sola, nuovamente per Vivere.-


[riveduto e corretto luglio 2008]

 

 

Scritto da naranya

racconti | Qualche commenti (4)?


Gocce di tempo

Wrote at 15:28

 





Scandisco umide gocce
su dita aperte le lascio scivolare
infrangono senza suono
emozioni di latta,
vecchie e arruginite.

Buffi svolazzi di mezzanotte
bacchette mobili
rullano su tamburi sfondati.

Sorniona le osservo dondolarsi docili
equilibriste improvvisate
su un filo teso tra cuore e cervello.

Pulviscolo di onde immaginarie
cresce, ingigantisce, trema
sino a scivolare giù...

-Vuoto-

E annego così
gocce del mio tempo
evoporandole nel retrogusto di un bicchiere.

- Vuoto -

 

 

Scritto da naranya

emozioni | Qualche commenti (6)?


Mi vivi

Wrote at 23:09

 




Cerco passioni e
mi colmo di presenza
bevendo dai tuoi occhi.

Giorno dopo giorno
anno dopo anno: insieme.
- Sorrido -

Sboccio fra le tue mani
intensamente profumandoti
di dolcezze e fantasie.

Ringrazio te
che mi vivi,
e ogni giorno è primavera

10Aprile 2008

 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti (5)?


Le Tre età della vita

Wrote at 22:57

 


Giunge la notte.
L'inverno soffia alle sue porte.
Piange vecchiaia
distrutta dal peso della vita.
Tempo che scorre
su sentimenti polverosi
nascosti agli occhi
da una mano scarna,
pelle avvizzita e grigia
come trama sottile
di un bozzolo lanoso
dove un corpo di donna sfiorito
china il capo in preda al pianto.

Scende la prima lieve neve.
Lieve.
Gioventù serena chiude gli occhi
colorando giorni odorosi di mare
 e sogni adagiati su cuscini di piume.
Fra capelli costellati di fiori
fili di grano dorato
morbide e bianche le mani
 Imperturbata riposa, 
stringendo l'innocenza al seno
coi pensieri liberi  che vagano lontano
ai giorni passati ed al futuro che verrà.

E’ nasce primavera
Dorme fragile allegria,
fra le braccia calde della madre
delicati i tratti dipinti sul volto
inconsapevole del mondo
che la può turbare.
Attende fiduciosa e pia
lo scorrere del tempo
poiché non conosce ancora
le tre età della vita.


 

 

Scritto da naranya

poesia, arte, laboratorio di scrittura | Qualche commenti (4)?


Ballo da sola

Wrote at 01:45

 


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Lì, nel silenzio
battito d'ali sospeso nel vuoto.

Ad occhi chiusi ballo,
assaporando il giorno
frusciare come sabbia,
deserto denso sulla pelle.

Impronte di cuore e anima
indelebili rive fra granelli.

Lì nel silenzio
vortico
nuoto
cavalco.

Onde disarmoniche di emozioni
crudamente mi investono viso,
seno, mani, palmi aperti
strappandomi logori sorrisi e pianti.

Lì nel silenzio
trascinata dal nulla,
io ballo da sola
schiacciando steppe bruciate
e petali di seta ghiacciati dal sole.


 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti (3)?


Liquida dormiente

Wrote at 01:05

 


-


Liquida dormiente-

Gettata a terra
mi copro di ragnatela
fili residui polverosi
lucidi gingilli d'imbarazzo.

Lacrime di ragno
pungono il mio corpo
mentre di tessuto invisibile si veste
senza sosta calibrando
passione ed inquietudine.

-Sveglia-

Mi svuoto dentro
scavando a fondo
per accoglierti Uomo
coi tuoi brandelli d'anima
librati nell'aria rarefatta d'assenzio.

Apro le dita seguendo fili d'argento rapaci
nuda così rimango a svelarmi il corpo.
Per te.









 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti ?


Tradire all'ombra della morte

Wrote at 22:52

 





....Mi servirono tre anni per preparare il piano, anni di insospettabile silenzio, concubina e madre perfetta, consigliera e fedele amica. Mi occorreva tutta la fiducia, avevo bisogno di divenire per loro l’angelo.
Un angelo che serbava un covo di serpi in seno. Difficile, davvero, c'era bisogno della concentrazione e della determinazione che mai in tutti quegli anni ero riuscita ad ottenere. La validè era soddisfatta, il sultano stesso era soddisfatto, di me, di mio figlio. Se avessi fallito, sarei andata ad imbracciare la morte, se fossi riuscita sarebbero stati loro, tutti loro, a ricevere il suo freddo bacio.
Venne quel giorno, la ricorrenza della nascita del giovane erede, avevo preparato con cura, nel corso degli anni, tutto ciò che mi serviva. Cinque donne mie complici, il loro silenzio e la loro opera comprata a peso d’oro, il loro compito era quello di avvelenare il cibo, tutto quello che sarebbe servito per la festa. Soltanto una parte doveva venir risparmiata quella che sarebbe servita alla nostra sopravvivenza dopo che saremmo fuggite. A rendere mortale quelle razioni di cibo risparmiate in seguito ci pensai io stessa dopo averne sottratto solo un minuscolo quantitativo per me stessa.
Non dovevano esservi testimoni di quella strage. Nessuno a poterlo raccontare.
Ero stata istruita bene, vetro macinato nelle bevande, fiori ed erbe dei peggiori che esistessero, miscele insapori. Non dovevano esserci effetti immediati, tutto doveva  accadere con lenta agonia dopo molte ore.
Non mancava molto al banchetto,  scrissi un biglietto, poche parole, un invito ad una notte di passione per il sultano. La sua ultima notte.
La campana suonò il tramonto ed io iniziai ad agire, abbigliata di bianco, giunsì al grande salone dove il sultano gioiosamente aprì il lauto pasto per lui e per la sua grande famiglia, schiavi assaggiarono le pietanze e non trovando in esse alcunché di strano, tutti iniziarono a mangiare.
Osservavo loro sorridente, immaginavo il fumo scuro addentrarsi nei loro corpi attraverso le narici, invadendole lentamente, avevo invitato la morte alla festa ed entro l’alba ella di certo sarebbe giunta. Fra i fumi dell’oppio, le bevande e le pietanze che venivano consumate in grande quantità io ballai.
Come mai avevo fatto in quei lunghi anni, divenni sogno ed incubo, sensuale assassina dai movimenti sinuosi ed ipnotici, gesti che invitavano alla comunione dei corpi, al lascivo languire delle loro passioni. Sentivo sul mio corpo gli occhi delle mie complici, ridevano anche loro non consce che le sarebbe toccata la stessa sorte Su di me gli sguardi ammaliati delle altre donne, del sultano, della validè stessa che con orgoglio fissava compiaciuta ciò che credeva essere una sua creatura.
Rintoccò la prima ora della notte, quello era il momento in cui dovevo porre fine alla festa, invitai il mio Signore a seguirmi, gli ricordai il  biglietto vergato da me e con esso mille altri piaceri, sussurrati al suo orecchio come un canto.
Lasciammo la sala, si fidavano di me, per questo potei congedare le guardie alle porte della camera private del sultano. Rimasti soli, giocai, come fa il gatto col topo, tutte le arti che avevo appreso durante la mia permanenza si riversarono su quell’uomo, per rendere la sua notte indimenticabile.
La notte faceva il suo corso, come il veleno puro scorreva nelle vene delle vittime, le donne rinchiuse nell’harem non potevano essere udite, le guardie, gli eunuchi, non potevano agire, tutto sarebbe iniziato e sarebbe stato atroce.
Mi allontanai pochi istanti per prendere il mio dono, la mia fantasia divenuta realtà, mi volsi ad osservarlo completamente abbandonato alle mie voglie ed ai miei desideri, sottomesso, dove nessuno poteva vederlo e mettere in dubbio il suo potere, legato da morbide fusciacche di seta, la visione offuscata dalla seta bianca che cingeva fino a poco prima i miei fianchi.
Eccolo, era davvero il mio sogno. Attenta a non toccare i petali, ne gli steli, trattenendo il fiato, presi i fiori dalla cesta nel quale accuratamente li avevi riposti. Mieloso ed argentino il tono della mia voce, colmo di amore e devozione, teatralmente finto.
- Con rispetto per voi, sempre fedele vi cospargo il corpo di fiori, odorate il loro splendido profumo….- Ispirava il sultano e rideva, divertito da questo gioco d’amore. Minuscoli fiorellini di aconito, adornavano il suo capo e le sue membra come statua di un dio lo avvolgevano e il loro potente veleno frantumava le difese.
Mi sedetti dunque su di una bassa poltrona in attesa. Con gli occhi socchiusi fissavo il sultano divenire pallido, immobile, ascoltavo il suo rantolare e sorrisi. Attesi, in quella posizione lo scorrere lento delle ore. Venne poi la morte, col suo fumo denso e scuro, proprio come avevo sognato, riuscivo a scorgerla ad occhi socchiusi, insinuarsi con macabra danza fra le membra del sultano, lo sollevò, lo raccolse e lo portò via. Fu il primo ad accoglierla e quando ella giunse ciò che vide lui in un clamoroso gioco ironico, fu me china su di lui a baciargli le labbra ormai fredde.
Il suo angelo, la donna del quale ormai da tempo aveva imparato a fidarsi, la madre della sua progenie, un'assassina.
Un gemito fuori dalle porte mi fece alzare dalla mia postazione, avvoltoio in cerca di nuove  carogne, seppi che l’ora era arrivata quando spalancai i battenti.
Due eunuchi in terra si contorcevano in preda a dolori spasmodici, presi da quella tortura non fecero caso a me che lasciai indisturbata la camera dirigendomi lungo i corridoi fino al cuore dell’harem.
Le dosi e la tipologia del veleno con la quale avevo intaccato le razioni delle mie compagne, delle mie complici erano diverse. Esse non si sarebbero accorte di nulla fino a molte ore dopo l’alba del nuovo giorno, per questo entro quell’ora dovevo sparire per sempre dalle loro vite, divenire un fantasma del passato.
Lungo i corridoi semideserti mi muovevo fomentata dall’odio covato per anni, in terra simili a bambole in disuso, figure abbigliate dai sgargianti colori fissavano con occhi imploranti, chiedevano di porre fine al tormento. Nessuno era ormai capace di agire e muoversi o meglio, quasi nessuno. Di tanto in tanto sentivo passi più sicuri e fermi, si muovevano agitati da quel male inspiegabile e grande, di corsa cercando di soccorrersi senza successo in preda al panico.
Quando li udivo, divenivo nuovamente l’attrice che ero sempre stata fra quelle mura, gemevo, scuotevo il capo come impazzita fingendo gli stessi dolori, accasciata invocavo aiuto e quando alfine il soccorritore pietoso giungeva a me, crudele, senza pietà infierivo con la lama sul suo petto o sulla sua schiena, e morivano cosi, fra le mie braccia. Sentivo le loro vite scivolare via ed unirsi alla nube di morte che si espandeva e fagocitava vite, allargandosi a macchia d’olio. Mi sentivo appagata....

[to be continued...]

 

 

Scritto da naranya

racconti, allombra della morte | Qualche commenti (1)?


Biancaneve addormentata

Wrote at 23:58

 



elisaa
                                      Photo by E.Cucchiara, Model Naranya


Tra macchie d'inchiostro
e sale d'occhi rappreso
stupita t'accolgo, cacciatore di sogni.

Velata solo di malinconia
colgo frutti acerbi
dall'albero carico nel tuo giardino.

Quando mordo è veleno
- Biancaneve addormentata -
ricado senza peso nel limbo
dove latita tra avvoltoi e neonati
il mio cuore.


 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti (2)?


Mai stanco

Wrote at 23:40

 



                                                 [photo by Jan Saudek, The Fly 2003]


Come sciame d'aria
a forza entri in me
dai polmoni risucchi vita
pungiglioni di stelle
su occhi d'amore distratti.

-  Avido, Ti nutri d'amore -

Mi voli addosso
sul corpo congiunto
ardore di baci colora il mio volo
bisbigli irriverenti rubati
a poeti ormai famosi.

-Pazzo,  ti disseti di me-

Mai.
Mai stanco.

Tu sei.


 

 

Scritto da naranya

poesia, eros | Qualche commenti (11)?


Non è così

Wrote at 00:42

 



                                                                                                [photo by Cinicasaffo]
A 4 mani, Sprazzi d'Eros, 19 Febbraio 2008

Non è così che rinunci a te.
Varyena.
Dandoti a me.
Ti sdoppi
nell' eco stupido e labile di
nessun fastidio, nessun rimorso, nessuno
Ti merita, più di te.
Chiudo alle mie spalle la tua porta.
Sempre, purtroppo, comunque mia.


Non chiedo
Pretendo
Nell'amara lontananza
vedo dentro di me
scivolare e cadere
pensieri di passione.
Non amo.
Voglio

TE.


 

 

Scritto da naranya

poesia, eros, fotografia | Qualche commenti (1)?


La collezionista

Wrote at 00:07

 




Fra le bancarelle
che smistano amore
da quattro soldi
ti scovo  già scartato
sotto un mucchio di stracci.

Fuoco di lingua e
piccante sapore di sguardi
scottano la mia anima
bagnata di te.

Così sorridendo
 preziosa merce,
oggi ti prendo e porto via.

Quando svogliata
cambierò le mie lenzuola
diverrai statua di carne
per la mia bacheca di uomini.

 

 

Scritto da naranya

poesia, eros | Qualche commenti (2)?


Incastrati nel mondo

Wrote at 00:01

 




Proibito

Sconvolgimento
vibrato di cuore
nel sentirti godere
oltre il corpo che temo
persino di immaginare.

Taciuto

E' silenzio che giunge
in bocca e sà di sale
ti bacio ancora
e lo spargo sulle ferite
donandogli sapore.

Desiderato.

Sei languido sospiro
che accende i sensi
fra profumi d'incenso
e macchie d'inchiostro
noi incastrati nel nostro mondo

Viviamo.


 

 

Scritto da naranya

poesia, eros | Qualche commenti ?


Io

Wrote at 00:32

 


Profumo di zagare
fra i pensieri della mia notte.
Nel percorso di note melodiose
Agogno il silenzio.
-Solo per un istante-


[Model by Naranya]
IMG_6362a                                                                                              

 

 

Scritto da naranya

emozioni | Qualche commenti (1)?


E Se...

Wrote at 13:27

 






Baraonda di sensazioni
nel mio corpo vagabondo
si sciolgono dolcemente
colando miele dai raggi del sole.

Afferro nel sonno distratto
frammenti di se...
svolazzano senza posa
falene della memoria
alla ricerca di luce

Una, due, tre
le raccolgo e le imprigiono
routine di gesti nello sfiorare
ali di cristallo incrinate dal tempo.

Da lontano osservo
la teca senza fondo
dove riposte si muovono
farfalle di specchio
teatranti innaturali
del mio mondo immaginario.


P.s.

.... Si affaccia  irriverente un "se", fa capolino nel cervello cercando di arrivare dritto al traguardo senza traumi, poi come sempre inciampa e  cade. Tutto si squarcia.
Punti interrogativi allora iniziano a ballare dinanzi agli occhi, minacciando le retine di spezzarsi in tantir frammenti di specchio che riflettono immagini in diverse sfaccettature.
Penso
Poi ammazzo il Se con un solo, unico colpo e lo ributto inutilizzato ancora nella comoda tomba dei miei pensieri.





 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni, prosa | Qualche commenti ?


Ombra muta

Wrote at 23:44

 




Fra le ruvide grade
che oscurano la mia essenza
mi muovo, Ombra muta
insozzata da calura
da polvere e fango
e pianti affamati di bambini.

Anelo e respiro a pieni polmoni
senza illusioni di speranza
la quotidianità violento
non è aria, è dolore crudo.
Quando oltrepassa il pesante velo
che mi cela al mondo
soffoca, ma non mi uccide.

Vomito gli ultimi rivoli di cuore
aggrappandomi a Dio senza chiedere perchè.

Non parlo
non penso più
nemmeno amo.

Semplicemente sopravvivo.


 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti (8)?


Emozioni riflesse

Wrote at 15:58

 




                                                       [Elly (Naranya) e Piero in concerto]


Ad occhi chiusi
ho ascoltato il tuo narrare d'amore.
Vibrava

Era  cuore fluido
scorreva violento nelle vene
soffocato da baci e sospiri.

A mani aperte
ho accolto la tua essenza
mescolandovi effluvi d'anima
e briciole di vita.

Ho bevuto da te
pensieri e parole
rubando miele alle tue labbra.

Riflesse dentro noi
scie calde d'emozione
danzavano sulla note senza tempo
della nostra canzone.

Se riapro gli occhi e torno
-Tu-
sei ancora qui accanto a me...

 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti (4)?


Libera

Wrote at 10:07

 






Bruciami
mio fuoco, travolgimi.
Consumami.

Ardi lingua e parole
su mani bagnate
di piaceri e voglie.

Avvolgimi
involucri di cuore
su pensieri impetuosi di stagnola.

Sollevami
dai macigni aspri e dolenti
che la vita mi butta addosso.

Sgretolami
scuotimi
sconfiggimi.

Liberami
dall'ansia bastarda
che assale l'idea del mio domani.

Riducimi polvere
spazzami via
disperdimi nel vento.

Libera

 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti (1)?


Crocifiggo me.

Wrote at 00:02

 




Nel freddo inferno
 della mia Kiev,
città vuota che mi brucia attorno
crocifiggo me e
la mia voglia d'amarti.

Chiodi e schegge di vetro
lasciano sanguinare le mie mani
le avvolgo strette senza guardarle
con bende tessute da audaci sospiri
inondando col pianto guanti lisi di vita vissuta.

Sul mio corpo nudo
drappeggio noncurante
un velo di solitudine.

 Lontana, troppo lontana
mi chiudo in un abbraccio impastato
di pelle, odore e calore.

23 Febbraio 2008


 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni, lettere a madhreth | Qualche commenti (3)?


Cos'è un nome...

Wrote at 22:50

 


Da Romeo e Giulietta di Shakespeare

Non altro che il tuo nome mi è nemico.
Tu sei te stesso, anche se tu non fossi un Montecchi.
Oh prendi un altro nome! Che cos’è Montecchi?
Non è una mano, non un piede, non un braccio, non una faccia,
Nessun’altra parte appartenente ad un uomo.
Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa,
Chiamata con un altro nome, profumerebbe come dolce.
Così Romeo, se non si chiamasse Romeo,
Manterrebbe quella cara perfezione che possederebbe,
Senza quel nome. Romeo butta via il tuo nome;
E in cambio di quel nome, che non è parte di te,
Prendimi tutta.

Non so come dirti chi sono con un nome.
Il mio nome, caro santo, mi è odioso
Perché ti è nemico.
Se lo avessi scritto, straccerei la parola

 

 

Scritto da naranya

emozioni | Qualche commenti ?


Momenti

Wrote at 19:55

 



Sensazioni sconvolgono la mia mente
brividi pervadono il corpo
se le tue mani mi sfiorano,
e la tua bocca divora
ogni centimetro della mia pelle.

Desidero urlare:
ti amo
ti voglio
Adesso.
Passione di donna nello starti vicino.

Caldi sospiri si innalzano nell’aria
sfiorano le corde già tese della passione.

-Fermarsi…-
Non si può
la mente è cedevole,
il corpo uno strumento
nelle tue mani.

Le barriere già incrinate del mio Io
si disintegrano
goccia di cristallo sul duro marmo purpureo
delle tue labbra di Uomo.


 

 

Scritto da naranya

poesia, eros, emozioni | Qualche commenti (1)?


Non ti chiamerò

Wrote at 13:36

 




Mi frughi dentro
alla ricerca di Te
ma, stanotte rimani lì
annaspando piacere
su lenzuola solitarie.

- Non ti chiamerò-
 
Bambola di morbida cera
mi sciolgo al tuo calore
dispensando orgasmi
che sanno di menzogna.

- Ti deluderò-

Soprammobile di carne
leccherò sul volto
coni gelidi d'ombra
e sale che brucia 
sulle  ferite aperte.
Ancora...


 

 

Scritto da naranya

poesia, emozioni | Qualche commenti ?


Sospiri d'Eco n°2

Wrote at 23:53

 




La mia lingua è punita
per i  lunghi discorsi e i canti.
Sono ninfa ruffiana
e intrattengo gli Dei.

Era ha impastato sillabe morte
fra mie labbra
cancellandomi parole.
Per un'ultima volta l'avevo distratta.

Selvaggina per la caccia
Narciso, una tua freccia attendo
a trafiggere il mio cuore dolente.
Ti spio, ti raggiungo, tentenno.

Fruscio di vesti
piedi nudi sulla terra,
spaventato al nulla domandi
-Accanto a me chi c'è-

-Chi c'è...-

Eccomi mio unico Dio,
guardami, sono io.
Marionetta di carne che inciampa
nei tuoi pensieri crudeli.

Amo
Dispero
Muoio

Quando fuggi dalle mie mani
il tuo anatema di parole crude
azzanna il mio cuore
lasciandolo grondare.

"Che io muoia prima che sia di te
"Che io sia di te"
Un soffio d'Eco ti investe
mentre il mio corpo infine si consuma

Nell'aria si liberano
sospiri di rimpianti
e amare tenerezze.

E se...

 

 

Scritto da naranya

poesia, eros | Qualche commenti (2)?


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Strappi di vita

Nell'interludio la cantatrice chinava il capo giovenile, pareva rimanere esanime come un simulacro, bianca nella selva degli strumenti, tra il moto alterno dei lunghi archi, forse inconsapevole del mondo che il suo canto in qualche attimo aveva trasfigurato.

A te

Ecco un bacio, profondo, intenso, mentre il veleno gioisce per la facile vittoria. Un ironico sorriso d'intesa, brevi pensieri per chi fu, miseria per chi fosse......

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