
....Mi servirono tre anni per preparare il piano, anni di insospettabile silenzio, concubina e madre perfetta, consigliera e fedele amica. Mi occorreva tutta la fiducia, avevo bisogno di divenire per loro l’angelo.
Un angelo che serbava un covo di serpi in seno. Difficile, davvero, c'era bisogno della concentrazione e della determinazione che mai in tutti quegli anni ero riuscita ad ottenere. La validè era soddisfatta, il sultano stesso era soddisfatto, di me, di mio figlio. Se avessi fallito, sarei andata ad imbracciare la morte, se fossi riuscita sarebbero stati loro, tutti loro, a ricevere il suo freddo bacio.
Venne quel giorno, la ricorrenza della nascita del giovane erede, avevo preparato con cura, nel corso degli anni, tutto ciò che mi serviva. Cinque donne mie complici, il loro silenzio e la loro opera comprata a peso d’oro, il loro compito era quello di avvelenare il cibo, tutto quello che sarebbe servito per la festa. Soltanto una parte doveva venir risparmiata quella che sarebbe servita alla nostra sopravvivenza dopo che saremmo fuggite. A rendere mortale quelle razioni di cibo risparmiate in seguito ci pensai io stessa dopo averne sottratto solo un minuscolo quantitativo per me stessa.
Non dovevano esservi testimoni di quella strage. Nessuno a poterlo raccontare.
Ero stata istruita bene, vetro macinato nelle bevande, fiori ed erbe dei peggiori che esistessero, miscele insapori. Non dovevano esserci effetti immediati, tutto doveva accadere con lenta agonia dopo molte ore.
Non mancava molto al banchetto, scrissi un biglietto, poche parole, un invito ad una notte di passione per il sultano. La sua ultima notte.
La campana suonò il tramonto ed io iniziai ad agire, abbigliata di bianco, giunsì al grande salone dove il sultano gioiosamente aprì il lauto pasto per lui e per la sua grande famiglia, schiavi assaggiarono le pietanze e non trovando in esse alcunché di strano, tutti iniziarono a mangiare.
Osservavo loro sorridente, immaginavo il fumo scuro addentrarsi nei loro corpi attraverso le narici, invadendole lentamente, avevo invitato la morte alla festa ed entro l’alba ella di certo sarebbe giunta. Fra i fumi dell’oppio, le bevande e le pietanze che venivano consumate in grande quantità io ballai.
Come mai avevo fatto in quei lunghi anni, divenni sogno ed incubo, sensuale assassina dai movimenti sinuosi ed ipnotici, gesti che invitavano alla comunione dei corpi, al lascivo languire delle loro passioni. Sentivo sul mio corpo gli occhi delle mie complici, ridevano anche loro non consce che le sarebbe toccata la stessa sorte Su di me gli sguardi ammaliati delle altre donne, del sultano, della validè stessa che con orgoglio fissava compiaciuta ciò che credeva essere una sua creatura.
Rintoccò la prima ora della notte, quello era il momento in cui dovevo porre fine alla festa, invitai il mio Signore a seguirmi, gli ricordai il biglietto vergato da me e con esso mille altri piaceri, sussurrati al suo orecchio come un canto.
Lasciammo la sala, si fidavano di me, per questo potei congedare le guardie alle porte della camera private del sultano. Rimasti soli, giocai, come fa il gatto col topo, tutte le arti che avevo appreso durante la mia permanenza si riversarono su quell’uomo, per rendere la sua notte indimenticabile.
La notte faceva il suo corso, come il veleno puro scorreva nelle vene delle vittime, le donne rinchiuse nell’harem non potevano essere udite, le guardie, gli eunuchi, non potevano agire, tutto sarebbe iniziato e sarebbe stato atroce.
Mi allontanai pochi istanti per prendere il mio dono, la mia fantasia divenuta realtà, mi volsi ad osservarlo completamente abbandonato alle mie voglie ed ai miei desideri, sottomesso, dove nessuno poteva vederlo e mettere in dubbio il suo potere, legato da morbide fusciacche di seta, la visione offuscata dalla seta bianca che cingeva fino a poco prima i miei fianchi.
Eccolo, era davvero il mio sogno. Attenta a non toccare i petali, ne gli steli, trattenendo il fiato, presi i fiori dalla cesta nel quale accuratamente li avevi riposti. Mieloso ed argentino il tono della mia voce, colmo di amore e devozione, teatralmente finto.
- Con rispetto per voi, sempre fedele vi cospargo il corpo di fiori, odorate il loro splendido profumo….- Ispirava il sultano e rideva, divertito da questo gioco d’amore. Minuscoli fiorellini di aconito, adornavano il suo capo e le sue membra come statua di un dio lo avvolgevano e il loro potente veleno frantumava le difese.
Mi sedetti dunque su di una bassa poltrona in attesa. Con gli occhi socchiusi fissavo il sultano divenire pallido, immobile, ascoltavo il suo rantolare e sorrisi. Attesi, in quella posizione lo scorrere lento delle ore. Venne poi la morte, col suo fumo denso e scuro, proprio come avevo sognato, riuscivo a scorgerla ad occhi socchiusi, insinuarsi con macabra danza fra le membra del sultano, lo sollevò, lo raccolse e lo portò via. Fu il primo ad accoglierla e quando ella giunse ciò che vide lui in un clamoroso gioco ironico, fu me china su di lui a baciargli le labbra ormai fredde.
Il suo angelo, la donna del quale ormai da tempo aveva imparato a fidarsi, la madre della sua progenie, un'assassina.
Un gemito fuori dalle porte mi fece alzare dalla mia postazione, avvoltoio in cerca di nuove carogne, seppi che l’ora era arrivata quando spalancai i battenti.
Due eunuchi in terra si contorcevano in preda a dolori spasmodici, presi da quella tortura non fecero caso a me che lasciai indisturbata la camera dirigendomi lungo i corridoi fino al cuore dell’harem.
Le dosi e la tipologia del veleno con la quale avevo intaccato le razioni delle mie compagne, delle mie complici erano diverse. Esse non si sarebbero accorte di nulla fino a molte ore dopo l’alba del nuovo giorno, per questo entro quell’ora dovevo sparire per sempre dalle loro vite, divenire un fantasma del passato.
Lungo i corridoi semideserti mi muovevo fomentata dall’odio covato per anni, in terra simili a bambole in disuso, figure abbigliate dai sgargianti colori fissavano con occhi imploranti, chiedevano di porre fine al tormento. Nessuno era ormai capace di agire e muoversi o meglio, quasi nessuno. Di tanto in tanto sentivo passi più sicuri e fermi, si muovevano agitati da quel male inspiegabile e grande, di corsa cercando di soccorrersi senza successo in preda al panico.
Quando li udivo, divenivo nuovamente l’attrice che ero sempre stata fra quelle mura, gemevo, scuotevo il capo come impazzita fingendo gli stessi dolori, accasciata invocavo aiuto e quando alfine il soccorritore pietoso giungeva a me, crudele, senza pietà infierivo con la lama sul suo petto o sulla sua schiena, e morivano cosi, fra le mie braccia. Sentivo le loro vite scivolare via ed unirsi alla nube di morte che si espandeva e fagocitava vite, allargandosi a macchia d’olio. Mi sentivo appagata....
[to be continued...]

Strega
Wrote at 14:31

[....] Strega, le senti le voci nella testa muoversi nel limbo rosso dei pensieri, intonando il basso canto che da mesi ormai ti fa perennemente compagnia. Ascoltale, discole danzatrici impudiche che battono contro il muro della coscienza alzato dalla tua ragione cercando ad ogni modo di disintegrarlo.
Chiudi gli occhi, anima persa, tornando a baciare le fredde labbra di lui che con lentezza esasperante ti assapora, ignorando lo scorrere del tempo attorno ai vostri corpi distesi sulla pietra.
Lo avverti? Lui accoglie la morbidezza delle tue labbra, ne saggia la pienezza, avverte il loro strusciarsi lento, seguendo una malinconica melodia di carne e sapori, labbra su labbra in un gioco di specchi.
Esulta lui, come scosso da un refolo di energia, ansima. Lascialo fare, non fermare le sue mani... senti? Premono possessive sulla tua schiena, sfiorano il tuo capo e i tuoi capelli sciolti, prepotenti ti stringono cercando di fondersi nel tuo corpo.
Ecco. Le sue labbra non si muovono quasi, impercettibili colgono il frutto proibito donato dalle tue e lo ripongono dentro l'essere, cremisi mendicanti d'amore da secoli non vedono scellini di cuore, languide ingurgitano sensazioni d'altri tempi.
Un gesto repentino, dura appena un istante. Non ritrarti.
Brividi, scuotono il tuo corpo quando senti lui, reagire ai tuoi baci, ghiaccio che si scioglie al fuoco, morte che brama vita. Ti colpisce, affonda i denti sulla tua bocca morbida con violenza sopita.
Anela la consistenza e il sapore, il tuo sapore.
Sapore di donna, di femmina letale, di strega.
Non esitare adesso, la perversione dei sensi deve ancora giungere.
Alza le braccia, non farti pregare, intrecciale dietro il suo capo attirandolo su di te. Lascia che la tua mente turbini e che le tue difese si sgretolino di pari passo col tuo abbandono.
Gemi poi torna a baciarlo con più ardore.
Opprimenti voci ed ombre vorticano fra voi, insistenti. Non farci caso mia giovane amica, selvaggia ammaliatrice di uomini, dischiudi le palpebre per intravedere nell'oscurità il suo profilo, le sue ossa, la sua carne, le sue perle di sudore, rassicurati, è stretto a te.
Bacia.
Petali di sussurri getta sul suo collo, falli volare liberi sin dentro al suo orecchio.
Ricama la tela d'amore sino a renderlo spontanea vittima di un setoso destino.
Accoglilo, famelica carnefice di sospiri perduti. Prendilo.
E' il momento. La tua mente collassa in preda a sensazioni contrastanti, vaga tra il freddo glaciale che giunge sino alle fibre più recondite del tuo essere, ed il fuoco che brucia. Tutto diventa insostenibile e urli rabbrividendo di piacere.
Il tuo ansimo caldo giunge al suo orecchio, roco lamento, mentre la lingua continua a seguire la vena del collo dove un tempo il sangue di lui scorreva, a simboleggiare la vita. Freme la bestia sopita in lui, l'istinto animalesco che reprime col suo essere immortale. Voglia, desiderio, di suggellare questo istante rendendolo divino.
Non sei ancora sazia? Reclina il capo offendo il tuo collo ed alza una gamba piegandola verso la sua schiena per sottrarlo al mondo che te lo ha rubato. Strettamente addosso a te, ti appartiene.
Hai vinto Strega.
Crollano i tuoi muri, si rompono gli argini della coscienza ed i pensieri complicati si riversano nella mente dell'uomo eterno, compagno delle notti, come un mare in tempesta che batte sugli scogli.
All’unisono nell’agitazione del culmine avvertite una gamma infinita di suoni: lamenti, rantoli, muggiti, risate, grida, sospiri di amplessi di un miliardo di anime o tutto insieme o nulla e molto di più.
Una cacofonia di timbri d'angeli tintinnanti, dal fascino ipnotico e subdolo, sospinta da venti caldi e maligni soffia sui vostri corpi con passione e rabbia isterica; unita a volti, migliaia di volti, alcuni conosciuti da entrambi, altri mai visti. Vortici di idee e pensieri, vengono fusi nella simbiosi dell'essere. Giacete lì avvinghiati, sulla pietra nuda, mentre immagini di vana consistenza aleggiano sul vostro amplesso, fantasmi di donne, di uomini, di bambini di ogni età vi osservano, si muovono, appaiono, spariscono, godono, eclissati dall'umanità dei sensi, dalle urla di dolore e piacere.
Al centro dei pensieri, adesso puoi vederlo Strega, scoprilo insieme a me, osserva: le porte dell'abbandono spalancate e dopo di esse il nodo del Caos: corpi aggrovigliati senza forma nella mischia, amplessi che scorrono nell'irrefrenabile orgia della vita, gironi d'inferno, terra e mare che si dissolvono, stelle appuntate in angoli bui della coscienza, letti d'incontro fra morti ed i vivi in un tempo baldanzoso che non esiste, che scorre pazzo, lasciando le lancette fuori dal suo giro, ora che tutto è divenuto corpo, tutto è fisico e sensazioni, è arrivato ed è andato oltre.
Godimento che ha oltrepassato l'amore e la fisicità e ha scavalcato persino te strega, trappola provocante che da millenni colpisci l'integrità dei figli di Caino.

Verginità
Wrote at 01:14
Verginità - tratto da "all'ombra della morte"

.....Andai ed in un turbinio di sete e garza mi abbigliarono di bianco, seta d’oro ed una fusciacca scura, blu come la notte, lasciarono i miei capelli sciolti fino alla vita coperti da un velo leggero ed impalpabile fregiato da una catenella di smeraldi a coprirli. Era l’ora di andare dunque. Con occhi assenti osservavo la frenetica agitazione che mi circondava. Fui scortata lungo il corridoio fino alla soglia dell’appartamento, fui ispezionata per l’ultima volta poi con un cenno di approvazione fui lasciata senza una parola.
La porta si aprì in una camera in penombra dove ardevano due torce alte dieci piedi, una alla porta e l’altra ai piedi di un podio. Sulla pedana, rialzata d’un piede dal pavimento marmoreo sedeva il califfo. Portava una veste rossa bordata di pelliccia, un pugnale alla cintura tempestato di pietre ed un alto turbante. Lo fissai senza dir nulla, come in attesa, lunghi istanti di silenzio in cui mi permisi di osservarlo dall’alto in basso, se la cosa fosse stata a lui sgradita potevo esser messa in quello stesso istante al bando. Poi mi mossi lentamente verso di lui, continuando a fissarlo, fino a giungere a meno di un passo da egli; se avesse voluto avrebbe potuto spaccarmi il cranio, trapassarmi il seno con il pugnale, stringerme le mani attorno al collo.
Poteva ordinare con un gesto di abbandonarmi nell’eski serai, di farmi bruciare sul rogo, strangolare dai bostanji, sventrare a sciabolate dall’eunuco nero che stava oltre la porta, avvelenare da un odalisca quella notte o l’indomani, ma non fece nulla.
Parlai per prima e senza attendere il suo permesso, sfidai il suo volere senza averlo mai visto solo per il piacevole gusto del rischio.. “una preda valuta il suo nemico prima di sferrare un colpo nascosto, ma mortale” Imparai questa massima col tempo, ma quella notte osai, per fortuna….
Tutto fu rapido e cruento, io preferì cosi, lo eccitai, e lui godette in fretta alla vista del sangue sulle lenzuola candide. Accantonai in quell’istante la sensazione di gelo che mi diede toccarlo ed i brividi che scuotevano il mio corpo e assorbii ore dopo quegli eventi per un piacere perverso e solitario. Brividi e gelo non erano ciò che egli mi aveva dato, ma ciò che io donavo, e divennero parte di me, divennero la mia forza e il mio dominio notte dopo notte.
Se fossi stata libera, mi avrebbero di certo accusato di stregare e sarei morta sul rogo. Avevo trovato un uomo solo, assetato di conoscenza ed illusioni. Avevo trovato qualcuno che aveva lasciato la vita per donarsi come servitore a qualcuno di più potente, non scoprì mai cosa tormentasse i suoi incubi tutte le notti che vi dormii accanto, se erano demoni o semplicemente ombre o forse la più semplice della follie. Aveva paura di morire, aveva paura di perdere ogni potere, aveva paura come l’ultimo degli schiavi, aveva la mentalità di uno schiavo e per combattere il suo terrore usava la crudeltà, contro chiunque lo circondasse, usava la perversione che riusciva a cogliere nell’animo di ogni donna e la rivolgeva contro di loro per farle soffrire, ogni lacrima era un ansimo ed ogni sferzata di sangue un orgasmo.
Non lo temevo, non lo odiavo, lo disprezzavo. ...

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